POMODORI VERDI FRITTI AL CAFFÈ DI WHISTLE STOP

Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop è generalmente riconosciuto come il miglior romanzo di Fannie Flagg ‒ vero nome Patricia Neal ‒ scrittrice americana classe 1944 (in Italia è pubblicato dalle Edizioni BUR), un vero e proprio caso editoriale all’inizio degli anni Novanta, con tutta probabilità sospinto dall’onda lunga dell’omonimo film (premio Oscar per la sceneggiatura scritta dalla stessa Fannie Flagg), e che, finalmente, nell’anno del Signore 2018, è entrato nel novero delle mie letture grazie alla BookChallenge di Iread per la categoria Libro con un alimento nel titolo.

A un arco temporale ampio, che copre quasi per intero il XX secolo, fa da controparte uno spazio geografico circoscritto, l’Alabama, stato culturalmente e socialmente controverso, dove il nuovo avanza più lentamente che altrove e l’integrazione civile è un percorso in salita.

Fa eccezione il piccolo centro di Whistle Stop, proprio alla fermata del treno, il classico paese della provincia americana, dove tutti conoscono tutti, e nonostante le normali idiosincrasie si finisce per sentirsi tutti parte della stessa famiglia. Una famiglia, appunto, è il bacino di raccolta di una disparata serie di tipi umani: sono i Threadgoode. Threadgoode sono la fiera e ribelle Idgie, il pacato Cleo, la dolce Ninny; attorno ai Threadgoode si muovono Big George, sua moglie Onzell, i loro gemelli diversi e la vecchia Sipsey, e poi Stump, lo sceriffo Grady, il vagabondo Smokey, il leggendario Bill ferrovia. E soprattutto la dolce e solo apparentemente fragile e delicata Ruth Jamison che, dopo essersi affrancata da un marito balordo e violento, coronerà il suo sogno d’amore con Idgie e insieme apriranno il Caffè di Whistle Stop, dove un piatto di pomodori verdi fritti non si rifiuta a nessuno, bianco o nero, vagabondo, disperso o disperato.

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Ma i Threadgoode sono un’orbita che attira una moltitudine di casi della vita: le conseguenze della Grande Depressione, l’amore saffico, l’emancipazione femminile, i rapporti coniugali, la violenza domestica, l’integrazione razziale, persino un omicidio e tanti interrogativi sul senso della vita. Numerosi sono i personaggi e grandi sono i temi che si affacciano in questo romanzo corale in un susseguirsi di eventi e colpi di scena che di certo non annoiano il lettore. La penna ironica e lieve di Fannie Flagg fa il resto, affidando la memoria individuale e collettiva di Whistle Stop a una narrazione che impasta passato e presente, intrecciando voci e ricordi sui quali spiccano quelli di Ninny Threadgoode che dalla casa di riposo di Rose Terrace ripercorre cinquant’anni di storia e storie in una incantevole conversazione maieutica con Evelyn Couch, una donna a cui un caffè a Whistle Stop avrebbe fatto nient’altro che bene.

A ripensarci è proprio Evelyn a tenere unite le diverse anime di questo romanzo, lei che nell’orbita dei Threadgoode e di Whistle Stop non ci è entrata se non attraverso i racconti di Ninny. Evelyn è un personaggio-metafora dell’individuo (forse del lettore?) alla ricerca di se stesso, in crisi, in lotta contro un mondo che non comprende e non la comprende più. Evelyn è come la salsa sui pomodori verdi fritti (e il segreto dei pomodori verdi fritti è nella salsa); senza, nonostante l’abbondanza degli “ingredienti” il romanzo, sconterebbe una certa insipienza: troppi gusti, troppi sapori che non riescono a soffermarsi sul palato per più di una frazione di secondo. Se non fosse, appunto, per la salsa.

«A ripensarci, mi sembra che dopo la chiusura del Caffè il cuore della città abbia semplicemente cessato di battere. È strano come un posto da nulla come quello riuscisse a tenere unite tante persone.»

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