La metà che manca: il palpitante thriller d’esordio di Graham Jackson

Si fa chiamare Graham Jackson l’autore de La metà che manca (LettereAnimate Editore) ma dietro questo pseudonimo ci sono due ragazze italiane, italianissime anzi: Barbara ed Elena (la prima di Roseto degli Abruzzi e la seconda di Città di Castello), due giovani talenti che, un po’ per celia un po’ per amore, hanno riversato in questo fulminante esordio tutta la loro passione per la lettura e la scrittura, confezionando un thriller capace di tenere il lettore incollato alla pagina o l’e-reader acceso quasi in perpetuo fino ad arrivare al termine della storia.

Perché La metà che manca è un libro con gli attributi. Inutile girarci intorno, una volta incominciato non si può aspettare per sapere: chi ha ucciso Anna?

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(photocredit: Daniela Di Pierro)

Già, Anna. Anna Meredith Marshall. Sei anni. Figlia dei detective Zoe Scott e Dominic Marshall. Una coppia nella vita e nel lavoro, una famiglia di una normalità disarmante fino al 20 ottobre del 1993, quando qualcuno preleva Anna da scuola, qualcuno che non è suo padre Dominic, in ritardo, «fottutamente in ritardo». Un ritardo che costa caro, costa una vita, anzi tre. Quella di Anna, trovata morta quarantotto ore dopo, e quella dei suoi genitori, divorati dal senso di colpa, dal silenzio, dalla rabbia. Perché anche il perdono sembra una colpa da espiare. Zoe e Dominic si separano; cercano di restare a galla patteggiando una pena di fatto impossibile.

 «Ci vuole del tempo per raccogliere i pensieri. Ci vuole del tempo per capire la prossima mossa. È stata addestrata a cercare i bambini degli altri. Ma in un pensiero collaterale, di quelli inutili, capisce davvero perché un chirurgo non possa operare la propria famiglia»

Si ritroveranno, Zoe e Dominic, qualche anno più in là, cambiati nonostante l’immobilità del passato, scoprendo che il comune dolore ha smagliato ma non lacerato la stoffa di cui è fatto il loro legame. Ma la scoperta più importante è un’altra: Anna non è stata l’unica vittima. Altre bambine – tutte dai capelli biondi, di sei/sette anni, tutte con nomi simili: Anna, Marianne, Arianne… ‒ vengono prelevate da scuola e poi uccise nel giro di quarantotto ore. Un puzzle spietato, una folle e devastante corsa contro il tempo, un gioco infernale, un enigma inesorabile che i due protagonisti devono risolvere, come genitori e come poliziotti. Ma chi può dire dove finisce una cosa e l’altra inizia?

La straordinaria capacità di introspezione psicologica dei personaggi è uno degli elementi che più colpiscono il lettore, insieme al ritmo e alla perizia con cui le due autrici riescono a tenere sempre alta la tensione, la suspense, con cliffhanger narrativi mai scontati, nel segno della migliore tradizione della detective novel e che, personalmente, mi ha riportato in mente autori come James Ellroy o J. Lee Burke, capisaldi del genere.

Ma questo è il momento di passare la parola direttamente alle autrici, Barbara ed Elena che voglio ringraziare per la disponibilità nel rispondere alle mie domande.

    Com’è nata l’idea di scrivere questo romanzo insieme?

E: Eravamo a una presentazione letteraria di due autrici che avevano scritto un libro a quattro mani. Appena hanno iniziato la lettura ci siamo guardate e ci siamo comunicate telepaticamente: «Ovvio, facciamolo.»

B: Sentirle parlare dell’esperienza di scrivere un libro insieme, delle difficoltà incontrate, del feeling particolare che bisogna avere per poter portare avanti un romanzo senza finire per strangolarsi a vicenda alla prima incomprensione stilistica/narrativa, ci ha fatto subito dire «Ehi, ma possiamo farlo pure noi.» Insomma, io ed Elena avevamo avuto tante occasioni per farci fuori eppure stavamo ancora lì, insieme, quindi un romanzo non ci spaventava.

    Come vi siete trovate a scrivere “a metà”: ognuna scriveva un capitolo, intervenivate l’una nella parte dell’altra… raccontateci com’è stato, in concreto?

E: La cosa più importante è stata la disciplina (che in realtà è una dote carente in entrambe ahahah). Ci siamo imposte di consegnare a vicenda un capitolo a settimana e nel mentre che una scriveva c’era l’altra tipo occhio onnisciente che talvolta faceva il tifo e altre volte bacchettava. In sostanza, ogni volta che rileggo un passo mi ricordo di chi è stata l’idea ma virgola dopo virgola non ho più idea di chi ha scritto effettivamente cosa. Ecco, forse l’unica che mi ricordo è la mia frase preferita e la ricordo perché ancora ci rosico: sono sicura sia di Barbara.

B: Abbiamo usato un software di scrittura condivisa. Se una delle due aggiungeva una parte avvisava l’altra che correva a leggere e inserire i commenti. Ci siamo divise i ruoli dei personaggi principali per poterci calare meglio nelle parti. Io ero Dominic e lei Zoe (come potete anche vedere dalle sue risposte – gnegneparolonigne – come direbbe Nick). Questa divisione ci serviva solo per mettere le basi del capitolo, poi inserivamo dettagli, cambiavamo frasi, stravolgevamo l’idea (dopo lunghissime telefonate) e dopo infinite riletture del capitolo passavamo al successivo. Due curiosità: solo un capitolo non è stato “toccato” ed è quello, forse, più toccante. Questo lascia capire quanto fossimo coinvolte emotivamente con i nostri personaggi. Seconda curiosità: la scena della litigata a casa di Nick e Zoe è stata scritta in diretta. Sentivamo che i due personaggi dovevano dirsi qualcosa ma non sapevamo bene come rendere il botta e risposta, quindi abbiamo deciso di improvvisare, come al teatro. È stato divertente leggere le repliche di Zoe e calarsi così tanto nella parte di Dominic da poterle ribattere a tono. È un cavolo di osso duro quella donna!

  Il romanzo è molto dettagliato nella ricostruzione di come avviene un’indagine. Immagino vi siate documentate molto. Quali fonti vi hanno aiutato di più in questo senso?

B: Ricordo di aver scaricato un manuale sulle autopsie fornito da non so quale facoltà di medicina per poter controllare che fosse tutto giusto quello che avevamo scritto.

E: Romanzi, serie tv, film. Anche una nostra amica psicoterapeuta che è stata indispensabile per la parte relativa alle sedute e per la riabilitazione di Dominic. Volevamo creare un contesto credibile ma allo stesso tempo non troppo stringente. In effetti, la parte dell’indagine è stata quella che ci ha preso più tempo, proprio perché abbiamo dovuto fare i conti con il concetto di verosimiglianza. Volevamo che la lettura fosse accurata e che potesse dare davvero l’idea di estratti plausibili. Accidenti, sto di nuovo parlando come Zoe…

  Anche la “costruzione” psicologica dei due protagonisti principali è molto intensa. Come avete pensato a Zoe e a Dominic? Quanto è stato emotivamente coinvolgente dare vita a una madre e a un padre in lutto per la perdita della loro unica figlia?

B: Per fortuna non ero ancora mamma quando sono stata costretta a immedesimarmi in un genitore travolto dal dolore, altrimenti penso che sarebbe stato davvero troppo, troppo difficile scrivere di questo.

E: Zoe e Dominic sono nati insieme, in un viaggio in treno e non potrebbero esistere separatamente. Sono venuti fuori da soli, si può dire, volevamo creare un punto di discussione sulla misura della forza di una coppia. Può un amore perfetto resistere a un dolore immenso? Ecco, da questa domanda è venuto tutto il resto. Un dolore che accomuna tutti, anche chi di figli non ne ha, è l’idea di perdere tutto. Allora è stato importante dare a Zoe e Dominic gli strumenti per regredire e poi, di nuovo, evolversi in tutt’altro contesto. Riecco Zoe, scusate.

     Ci sono dei modelli narrativi (libri, autori) o non narrativi (film, serie tv) ai quali vi siete ispirate?

B: Come libro ispiratore invece mi viene in mente Nessuno sa di noi di Simona Sparaco. Volevamo rendere, nel nostro romanzo, la stessa disperazione, la medesima rottura con cui una coppia si ritrova a fare i conti dopo un evento tanto tragico. Mamma mia che pianti con quel libro!

E: Nessuno sa di noi, prestatomi da Barbara, per quanto riguarda i disastri a cui può sottoporti la vita. Come stile, non so, forse Philip Dick perché del suo stile amo il fatto che riesca a trasmettere la trama attraverso il susseguirsi di fotogrammi, frammenti, delle vite dei personaggi.

   Tornerete a scrivere insieme?

E: Io e Barbara, sin da quando ci conosciamo, abbiamo l’abitudine di creare personaggi e immergerli in storie di fantasia… Avremmo materiale per 18.000 romanzi. In realtà ci sarebbero un paio di progetti che ci piacerebbe sviluppare al punto di scrivere una nuova storia, ma sono ancora in fase del tutto embrionale. Quello che è certo è che la nostra scrittura è a quattro mani, perché il limite narrativo di una viene compensato dalle idee dell’altra.

B: Dobbiamo solo riuscire a trovare il modo di conciliare la scrittura ai mille impegni che abbiamo oggi, ma conoscendoci, il tempo di scrivere arriverà subito dopo che una delle due metterà giù la bozza del primo capitolo. Sarà come aprire una diga, verremo travolte dalla storia.

 

Titolo: La metà che manca

Autore: Graham Jackson

Editore: Lettere Animate

Pagine: 312

Costo: 13 €

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