LA BELLA E LA BESTIA, METAMORFOSI DI UNA FIABA

Senza il bisogno di scomodare Propp e i suoi studi sulle funzioni narratologiche nello sviluppo dello schema della fiaba, La bella e la bestia, quindici metamorfosi di una fiaba di AA.VV. (postfazione a cura di Marina Werner per Donzelli Editore), illustra perfettamente il concetto attraverso l’evoluzione e la declinazione dello stesso soggetto in quindici storie diverse e uguali allo stesso tempo: la storia della Bella che sposa la Bestia resa celebre prima dal film animato della Disney e, quasi esattamente un anno fa, dal live action movie sempre targato Disney e interpretato da Emma Watson e Dan Stevens.

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Il volume si presenta solo apparentemente come un catalogo di variazioni sullo stesso tema, mostrando in realtà come a partire dal mito di Amore e Psiche, la Bella e la Bestia sia una classica fiaba della metamorfosi. Il riferimento all’opera di Apuleio in relazione a quella che viene sentita, ancor più che considerata, come un ideale dell’immaginario mondo disneyano è, di fatto, l’intuizione che colpisce maggiormente il lettore abituato a considerare Amore come un simbolo divino più che come effige di bestialità.

Eppure Psiche, quando scorge alla luce di una candela le fino a quel momento a lei celate sembianze del suo misterioso amante vede:

la più mite di tutte le fiere, la belva più dolce.

Inoltre, come suggerisce Marina Werner in appendice, la favola di Amore e Psiche, contiene già in nuce tutti quelli che saranno poi gli elementi resi famosi dalle versioni cinematografiche: «l’amante mostruoso e minaccioso, il castello incantato dove voci incorporee esaudiscono ogni desiderio e copiose porzioni di vino nettareo e svariati cibi erano mossi da un portentoso spirito».

Dalla Favola di Amore e Psiche di Apuleio il mito della bella incantata dalla bestia si trasferisce a Giovanni Francesco Straparola nella favola del Re Porco, nel Serpente di Gianbattista Basile, e poi in Enrichetto dal Ciuffo di Perrault e nel Serpentino Verde di Marie-Catherine d’Aulnoy. Ma è solo nel racconto di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve che la metamorfosi si assesta sui canoni più universalmente conosciuti: la maledizione che trasforma il principe di Bestia, la rosa maledetta, il mercante (padre di Belle) che incappa per errore nel castello incantato, la rosa bianca del contendere che lo fa imprigionare nelle segrete dalla Bestia, lo scambio con Belle, le prime diffidenze tra la giovane e pura fanciulla e la Bestia che impara poco a poco ad amare, il lento maturare della reciprocità del sentimento e così via, fino alla rottura dell’incantesimo e al vissero felici e contenti.

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La storia di Madame de Villeneuve, in realtà, è molto più articolata rispetto a quanto poi confluito sullo schermo e nell’immaginario collettivo: il padre di Belle è un mercante caduto in disgrazia in cerca di riscatto, la sua famiglia è allargata a fratelli e sorelle della nostra protagonista (sorelle che nel loro essere avide, impertinenti, arroganti e gelose si collocano in una dimensione intermedia tra le invidiose sorelle di Psiche e le irritanti sorellastre di Cenerentola), il personaggio di Gaston manca del tutto mentre abbondano fate madrine e fate cattive, il castello è animato più da spiriti astratti ed evanescenti che da graziosi antropomorfismi alla Lumière o Mrs Briggs, tanto per citarne qualcuno. Tuttavia, l’omaggio alla fonte nelle trasposizioni Disney è palese: il paesino così angusto per i grandi orizzonti di Belle si chiama, appunto, Villeneuve.

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Vi è, peraltro, un senso erotico nemmeno troppo sottile, una frase che immancabilmente, tutte le sere, la Bestia, imbarazzata e quasi timorosa della risposta, ripete a Belle: «Volete venire a letto con me?», e che nelle riprese successive sfocia nella sessualità più esplicita esplorata da Angela Carter ne La Corte di Mister Leone e, soprattutto, ne La moglie della Tigre.

Nel mezzo troviamo le declinazioni dei fratelli Grimm (L’Allodola salterina e canterina e Hans porcospino), Il Re Serpente di Calvino (ripresa del cunto di Basile confluita nelle Favole Italiane). E ancora, la più vicina all’intreccio ordito dalla Villeneuve (e ancor più al successivo cult disneyano), La Bella e la Bestia di Madame de Beaumont, fino a una inedita e feroce ricostruzione di Vincenzo Cerami trasportata ai giorni d’oggi in cui la bella signora conti scatena la più turpe bestialità del professor Omfalo.

Questo volume è interessante non solo per le diverse metamorfosi che offre della stessa fiaba, e di conseguenza per le tante chiavi interpretative, ma anche per i giochi di specchi e i cortocircuiti filologici. Resta fermo solo un punto: la bellezza è negli occhi di chi guarda e la bestialità una contingenza più che una condizione permanente.

Resta però aperta anche una domanda: come mai in (quasi) tutte le variazioni l’assunto resta identico e cioè che sia sempre la bella donna ad accondiscendere all’amore di una bestia (peraltro, nella maggior parte dei casi, anche incredibilmente ricca) e mai il contrario, ovvero l’uomo affascinante capace di scorgere la bellezza interiore della racchia di turno?

Titolo: La Bella e la Bestia, quindici metamorfosi di una fiaba

Autore: AA.VV.

Editore: Donzelli

Pagine: 364

Costo: 24,90

 

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