News: CARMEN A FIRENZE NON MUORE

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Non è ancora andata in scena, ma sta già facendo parlare di sé la rappresentazione della Carmen di Bizet in scena al Teatro del Maggio Fiorentino dal 7 al 18 GENNAIO, protagonista della campagna CARMEN NON MUORE contro il femminicidio.

Non credo di fare spoiler se vi dico che, come molte eroine dell’opera lirica, la protagonista chiude le scene morendo (muore Mimì nella Bohème, muore Violetta nella Traviata, muore Tosca nell’opera omonima, muore Cio Cio-san nella Madama Butterfly; Turandot è incompiuta e non è dato sapere se, pur di non tradire la sua misoginia al contrario, avrebbe preferito la tomba all’altare con Calaf).

Vero è che a uccidere Carmen (il cui libretto è stato scritto Henri Meilhac e Ludovic Halévy su suggestione dell’omonima opera narrativa di Prosper Mérimée) non è né la tisi, né la perdita dell’uomo amato ma la mano dell’uomo innamorato ma non più ricambiato (il sergente Don José). Proposta e posposta nelle attuali contingenze che vedono sempre più donne vittime di femminicidio, l’idea di fare della Carmen un simbolo contro questa barbarie non più accettabile assume un senso che trascende la mera trama e si integra perfettamente nella funzione dell’arte come voce di chi non ce l’ha (più), come monito, manifesto, «risultato di una necessità», come spiega il sovrintendente del Maggio Musicale Fiorentino Chiariot.

In concreto, l’iniziativa prevede che, alla fine della rappresentazione, una quindicina di rappresentanti del mondo delle arti e dello spettacolo, salgano sul palco per offrire la propria testimonianza contro questa specie di strage delle innocenti.

Al di là del simbolico, encomiabile, emblematico; al di là della «necessità» e persino dell’utilità di una scelta di questo genere, e da frequentatrice non assidua ma abituale del melodramma, mi sono interrogata su quanto valore possa aggiungere (o togliere) all’opera l’idea di CARMEN NON MUORE. Sono una donna, è normale che la questione del femminicidio mi tocchi da vicino. Sono anche un po’ stanca delle raccomandazioni su «chi frequento, ché che ne sai… mi raccomando». Sono padrona di me stessa e voglio continuare a esserlo. La donna sottomessa non mi rappresenta nemmeno da lontano (ma nemmeno una donna come Carmen; piuttosto sono un tipo alla Tosca). Persino una parola fuori luogo mi fa storcere il naso davanti a un uomo potenziale compagno: un commento, un consiglio un po’ troppo insistente diventano automaticamente motivi per interrompere la relazione (avrò forse anche un po’ la sindrome di Turandot?).

E tuttavia il mio primo pensiero alla lettura della notizia in rete (ché ormai è lì che si legge quasi tutto) è stata: «Si vabbé, ma se voglio sentir parlare di attualità, accendo la tv e mi sintonizzo su uno dei programmi pomeridiani invece che andare a teatro dove l’idea è quella di distrarmi e staccare la spina».

D’altra parte, se l’arte come veicolo di messaggio sociale si fosse dimostrata, nel tempo, un mezzo efficace di lotta a qualsivoglia stortura della società civile, vivremmo ancora nel giardino dell’Eden.

Ma se non ci proviamo, se non continuiamo ad assegnare alla cultura, in qualunque forma essa sia esperita, una qualche funzione di civilizzazione, oltre che sensibilizzazione, che cosa ci resta?   

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